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LA CITTA' DI SAN VITO

 

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CENNI SU SAN VITO AL TAGLIAMENTO

 

   

Localizzazione geografica

- S. Vito al Tagliamento sorge nel Friuli occidentale, sulla destra idrografica del fiume Tagliamento, in una fertile zona della pianura alluvionale subito sotto la linea delle risorgive, che affiorano creando numerosi corsi d'acqua.
Un tempo, numerosissime e tipiche della foresta temperata, erano le specie animali, dalla lontra di fiume agli sparvieri, dal tasso al cinghiale, dal cervo ai lupi. Questi ultimi erano più terribili che nelle favole, se è ben vero che molti registri parrocchiali delle frazioni hanno annotato fino al secolo XVII il nome di vittime dovute ad aggressioni di branchi affamati.

 
   

I primi insediamenti

- Sin dai tempi antichissimi l'uomo trovò in questo territorio un ambiente adatto all'insediamento: i corsi d'acqua e la facilità di procacciarsi il cibo furono fatti determinanti.
Si conoscono localizzazioni di vari insediamenti preistorici a ovest dell'attuale centro, fra cui i più antichi risalgono al mesolitico e molti altri al neolitico. Fra il terzo e il secondo millennio a.C., oltre alle selci, compaiono ceramiche e si hanno testimonianze di attività agricole.
Anche l'epoca romana, che quasi sicuramente si sovrappose a un substrato celtico-venetico, ci ha lasciato numerose testimonianze della sua presenza, identificabili soprattutto con insediamenti agricoli di modeste dimensioni.
Il disfacimento dell'impero romano e la calata dei barbari attraverso questa regione che apriva la via alla conquista dell'ltalia, disgregò le antiche istituzioni ma non cancellò le tracce linguistiche e culturali, alle quali dettero la loro impronta pure i Longobardi, arrivati in Friuli nel 568 d.C., che hanno lasciato nei dintorni sicuri segni della loro presenza.

 
   

Le origini del centro storico

- La storia dell'attuale centro urbano probabilmente risale a un diploma dell'imperatore Ottone Secondo, che donò al patriarca Rodoaldo (963-983) due "corti" (luogo fortificato con territorio circostante) "de Versia et cortem San Viti".
La denominazione andrebbe cercata nel culto che le popolazioni di Sassonia tributavano al santo, che si era diffuso anche in Friuli dopo le devastazioni ungariche.
Tuttavia, alcuni storici hanno avanzato dubbi e obiezioni: le località citate potrebbero riferirsi ad altre due omonime; inoltre, non si dovrebbe escludere la derivazione da un originario Vic (da vicus, villaggio) divenuto Vit e poi San Vit per ricostruzione religiosa.

- Appurato comunque da documenti che San Vito esisteva nel XII secolo, la sua storia medievale e moderna è legata strettamente a quella del Patriarcato di Aquileia.
Per secoli, la comunità fu coinvolta in continue lotte, guerre, discordie faziose tra patriarca, feudatari e nobili locali, tra cui spesso intervenivano i poteri papali e imperiali.
Furono i patriarchi, che detenevano il potere temporale oltre che spirituale sul luogo, ad ampliare e rinforzare il castello e ad attuare nel XIII secolo una "lottizzazione" ancora visibile tra le calli del Centro storico.
La Comunità era retta da un Consiglio, composto da "abitatori" e, più tardi, da rappresentanti dei "vicini" (persone rurali e artigiani dei sobborghi) ed aveva voce nel Parlamento della Patria del Friuli. Anzi, questo consesso venne più volte convocato a S. Vito, ove elaborò (nel 1380) anche norme di diritto friulano (Consitutiones Patriae Foriiulii)
Nel 1341 fu istituito il mercato settimanale alla domenica; agli inizi del '500 fu portato all'interno delle mura e spostato al venerdì (e tale è rimasto da allora).
Nel 1420 Venezia, espandendosi in terraferma, conquistò anche la Patria del Friuli, che cessò di esistere come potenza autonoma tanto che nel 1445 il patriarca riconobbe la legittimità della conquista veneziana.

 
   

Dal '500 alla caduta della Repubblica di Venezia e al dominio Austriaco

- Ricorrenti furono le carestie ed epidemie alle quali si aggiunsero altri fatti funesti: le incursioni dei turchi (1477 e 1499), che saccheggiarono il territorio ma non osarono attaccare il castello di S. Vito. Non mancarono sommovimenti sociali contro le angherie dei potenti, che culminarono con la rivolta contadina del 1511. Dalla metà del '500 e per oltre due secoli nel centro tenne banco di pegni una comunità di ebrei, che ebbe tra l'altro un suo cimitero.
- Nella seconda metà del '500 la Controriforma represse forme di eresia che a San Vito avevano fatto breccia nel ceto borghese e in parte dell'aristocrazia e dello stesso clero. Alla fine del XVI secolo vennero anche pubblicati i nuovi statuti della Comunità, meno democratici dei precedenti perché introdussero la nomina vitalizia anziché elettiva, tolsero la rappresentanza contadina e abolirono la carica di podestà; tutto ciò provocò nuovi tumulti e discordie. Nello stesso periodo ritornarono anni di carestie, a cui si aggiunse, nel 1630, una disastrosa epidemia di peste che colpì le popolazioni rurali.

- Nel 1751 il papa Benedetto XIV soppresse il Patriarcato di Aquileia, tuttavia l'ultimo patriarca, Daniele Delfino, mantenne il titolo e i possedimenti sino alla sua morte (1762). Subito dopo, la Repubblica prese pieno possesso della giurisdizione di S. Vito, cancellando insegne e memorie e demolendo lo stesso palazzo patriarcale. Vennero riformati gli statuti della Comunità, che furono svuotati della rappresentanza popolare per fungere da organismo dell'aristocrazia e della nascente borghesia.
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Fra i numerosi personaggi sanvitesi che vissero in quest'epoca va citato il sacerdote Anton Lazzaro Moro (1687-1764), figura insigne di educatore, maestro di cappella e naturalista, autore dell'opera fondamentale "De' crostacei e degli altri marini corpi che si trovano su monti", edito a Venezia nel 1740, in cui espose, non senza incontrare contestazioni, la teoria della formazione delle montagne.
- Il secolo XVIII ha lasciato numerosi edifici pubblici, privati e di culto. Ricordiamo il monastero della Visitazione (1710), il nuovo Duomo (1751), numerose residenze signorili con annessi parchi, grandi complessi agricoli come "Casabianca" sorta per iniziativa dell'imprenditore tessile Jacopo Linussio. Le mura, invece, avendo perso l'originaria funzione, andarono in rovina. Nell'ultimo periodo veneto S. Vito conobbe un certo sviluppo. Il centro contava circa 3000 abitanti (il terzo del Friuli dopo Udine e Cividale), più 8000 villici della giurisdizione.
- Con l'arrivo delle armate napoleoniche cadde la Repubblica di Venezia e Napoleone cedette questi territori all'Austria (1797) poi li riconquistò e nel 1805 entrarono a far parte del Regno Italico, ma pochi anni dopo (1814) l'Austria ne riprese il possesso.

 

   

Il Risorgimento e l'Unità d'Italia

- Nel 1848-49 i moti che scossero in tutta Europa le grandi dinastie furono presenti anche a S. Vito diretti dal conte Gherardo Freschi, figura nota anche come divulgatore delle nuove tecnologie agricole.
I principi di indipendenza nazionale e di libertà della borghesia liberale si sommarono al desiderio di riscatto del popolo dalla propria oppressione. Uno "stormo di villici" prese "possesso di beni privati col pretesto che in altri tempi fossero di ragione comunale" e il Comitato patriottico non trovò di meglio che sedare i moti interni prima ancora che affrontare lo straniero. Nel 1860 un cittadino sanvitese, Pietro Cristofoli, si unì con altri 25 friulani a Garibaldi partecipando all'impresa dei Mille.
- San Vito, che come numero di abitanti era in Friuli seconda solo a Udine fu congiunta all'Italia nel 1866. Nei decenni seguenti rimase un grosso centro agricolo, in mano a un'aristocrazia terriera conservatrice e immobilistica, per cui perse gradualmente importanza, soprattutto rispetto a Pordenone, che si andava rapidamente industrializzando. I contadini, a causa dell'iniquità dei contratti agrari e delle leggi (come la tassa sul macinato) vissero in condizioni spesso insostenibili, e aumentò una malattia tipica da avitaminosi e scarsità alimentare: la pellagra.
- Il centro fu collegato con le linee ferroviarie Portoguaro-Casarsa (1888) e San Vito-Motta di Livenza (1913). Le poche attività industriali fecero capo alla filanda Piva e allo zuccherificio della Società Ligure-Lombarda.